Masking : a scuola “angeli” , a casa “diavoli”
Nella psicologia scolastica tradizionale, l’attenzione è solitamente rivolta a chi “disturba”: lo
studente iperattivo, quello aggressivo o chi palesa difficoltà d’apprendimento.
Esiste però una categoria di alunni che tende a passare inosservata. Si tratta spesso di studenti neurodivergenti – ad esempio ragazzi nello spettro autistico ad alto funzionamento o con ADHD – che sviluppano una strategia opposta: il masking.
Il masking non è semplice buona educazione; è un processo cognitivo conscio o inconscio di
soppressione di alcune caratteristiche naturali del proprio funzionamento per imitare i comportamenti
dei coetanei neurotipici.
Immaginate uno studente che sente il rumore delle luci al neon come un trapano nel cervello, o che
avrebbe bisogno di dondolarsi per concentrarsi, ma che rimane immobile, sorridente e con lo
sguardo fisso sull’insegnante perché sa che è quello che ci si aspetta da lui.
Questa “maschera” è uno strumento di sopravvivenza contro il bullismo e l’esclusione, ma ha un costo energetico che la
scuola spesso non vede. Uno degli aspetti più complessi di questa problematica è che il masking
funziona “troppo bene”. Gli insegnanti descrivono questi ragazzi come modelli di comportamento:
sono puntuali, hanno voti eccellenti e partecipano ai lavori di gruppo. Tuttavia, dietro questa
facciata, si possono rintracciare i segnali di un carico cognitivo insostenibile.
Non è raro che questi studenti arrivino alla terza o quarta ora di lezione in uno stato di “nebbia
mentale”, diventando improvvisamente apatici o incapaci di rispondere a domande semplici.
La scuola festeggia il loro adattamento, ignorando che sta assistendo a una lenta combustione interna.
Il vero dramma del masking si consuma lontano dalle aule.
Molti genitori riferiscono di figli che a scuola sono “angeli” ma che, appena varcata la soglia di casa, esplodono in crisi di pianto, rabbia incontrollata o lunghi periodi di mutismo e isolamento in camera oscura.
Masking : un costo mentale elevato
La casa è l’unico luogo percepito come sicuro dove poter finalmente togliere la maschera. Questa
discrepanza tra il comportamento a scuola e quello a casa crea spesso conflitti tra genitori e docenti:
i primi chiedono aiuto per l’esaurimento dei figli, i secondi minimizzano dicendo che “a scuola va
tutto bene”. In questa frattura comunicativa, lo studente rimane solo con il suo senso di colpa,
sentendosi “sbagliato” sia quando si sforza di apparire normale, sia quando crolla. Se non
intercettato, il masking prolungato può facilmente condurre all’Esaurimento da Camuffamento (o
Burnout Neurodivergente).
In questo stato lo studente può sperimentare un progressivo esaurimento delle proprie risorse mentali ed emotive, con difficoltà di concentrazione, aumento dell’ansia e riduzione della capacità di sostenere le richieste scolastiche.
Lo studente inizia a perdere competenze che prima possedeva: i voti calano bruscamente, compare l’ansia
scolare o, nei casi più gravi, il rifiuto totale di andare a scuola.
Trattare questi ragazzi con tecniche standard per l’ansia da prestazione o con la “linea dura” della disciplina non fa
che aumentare il trauma. Spesso questi ragazzi non hanno bisogno di “impegnarsi di più”, ma di ambienti educativi più flessibili e sensibili alle differenze individuali.
Masking : come intervenire?
Promuovere il benessere scolastico significa anche ripensare alcuni aspetti dell’organizzazione dell’ambiente di apprendimento. Ad esempio, può essere utile prevedere spazi di decompressione sensoriale (“quiet rooms”) , consentire l’uso di strumenti di autoregolazione (come cuffie antirumore durante lo studio individuale) o offrire momenti in cui lo studente possa gestire meglio il proprio livello di stimolazione.
Aiutare lo studente a capire che la sua identità non coincide con la maschera che indossa,
incoraggiando a trovare spazi e momenti in cui essere se stesso senza paura del giudizio.
Il tema del masking ci fida a ridefinire il concetto di “benessere scolastico”.
Se un sistema educativo produce eccellenza accademica a costo della salute mentale e dell’identità dei suoi studenti,
quel sistema sta fallendo. Portare alla luce ” l’esaurimento da camuffamento” significa dare voce a chi ha imparato a tacere ,
garantendo che la scuola torni a essere un luogo di crescita e non una prova di sopravvivenza sociale.
Conclusioni
Guarire dal trauma dell’adattamento significa restituire allo studente il diritto di essere “imperfetto”.
Solo quando l’ambiente scolastico smetterà di essere un tribunale della prestazione e tornerà a
essere un laboratorio di vita, la maschera potrà finalmente cadere. Oltre quel confine, non
troveremo più un automa scolastico, ma un individuo consapevole, resiliente e finalmente libero di
abitare la propria pelle.
Autrice : Marisa De Domenico – Psicologa esperta in orientamento scolastico e DSA
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