Workaholism: quando il lavoro diventa una dipendenza

Workaholism: quando il lavoro diventa una dipendenza

Autrice: Dott.ssa Laura Muscarella – Psicologa esperta in Neuropsicologia

Viviamo in una società nella quale essere sempre impegnati, produttivi e disponibili professionalmente viene spesso considerato un valore. Lavorare molto può essere associato ad ambizione, successo e senso di responsabilità.

Ma cosa accade quando non riusciamo più a fermarci?

Quando il lavoro occupa progressivamente lo spazio destinato alle relazioni, al riposo, agli interessi personali e perfino alla salute, potremmo trovarci di fronte a una condizione definita workaholism, termine comunemente utilizzato per indicare una relazione problematica e compulsiva con il lavoro.

Il workaholism non coincide semplicemente con il lavorare molte ore. L’elemento centrale è la difficoltà a distaccarsi psicologicamente dal lavoro e una forte spinta interna a lavorare, anche quando non sarebbe necessario.

Cos’è il workaholism?

Il termine workaholism, spesso tradotto come dipendenza da lavoro, descrive una modalità caratterizzata da un coinvolgimento eccessivo nel lavoro accompagnato dalla difficoltà a smettere di lavorare e da pensieri persistenti relativi all’attività professionale anche durante il tempo libero.

È importante distinguere questa condizione dall’impegno lavorativo sano.

Una persona può amare profondamente il proprio lavoro, dedicargli molte ore in determinati periodi e contemporaneamente riuscire a fermarsi, riposare e investire energie nelle altre aree della propria vita.

Nel workaholism, invece, fermarsi può diventare difficile.

Il lavoro non rappresenta più soltanto un’attività importante: tende progressivamente a occupare gran parte dello spazio mentale ed emotivo della persona.

Come riconoscere il workaholism?

La persona con una relazione problematica con il lavoro può apparire, almeno inizialmente, come il “dipendente modello”: sempre disponibile, instancabile, pronto a fare più di quanto gli venga richiesto.

Oppure può essere un libero professionista che dedica al lavoro quasi tutte le proprie energie e continua a occuparsene anche quando non esistono reali necessità professionali.

Non è però la quantità di lavoro, da sola, a fare la differenza.

Alcuni segnali possono essere:

  • difficoltà a smettere di lavorare;
  • pensieri sul lavoro anche durante il tempo libero;
  • senso di colpa o inquietudine quando non si sta facendo qualcosa di produttivo;
  • progressiva riduzione del tempo dedicato alle relazioni, agli interessi e al riposo;
  • tendenza a lavorare oltre quanto realmente richiesto;
  • difficoltà a concedersi pause;
  • utilizzo del lavoro per allontanarsi da emozioni o pensieri spiacevoli.

La persona può quindi riuscire a procrastinare tutto tranne il lavoro.

Workaholism significa semplicemente lavorare troppo?

No.

Questa distinzione è fondamentale.

Lavorare molte ore può dipendere da necessità economiche, scadenze, responsabilità professionali o particolari momenti della propria vita. Non significa automaticamente avere un problema psicologico.

Nel workaholism, invece, assume particolare importanza la componente compulsiva: la persona sente di dover lavorare e può avere difficoltà a concedersi il diritto di fermarsi anche quando potrebbe farlo.

Per questo il problema può riguardare non soltanto chi svolge un’attività professionale tradizionale.

Una dinamica simile può comparire anche in chi riempie costantemente le proprie giornate di compiti e responsabilità domestiche e prova disagio o senso di colpa quando si concede una pausa.

Il punto centrale non è quindi semplicemente “quanto fai”, ma quanto sei libero di fermarti.

Da cosa nasce il workaholism?

Non esiste una causa unica della dipendenza da lavoro.

È più corretto parlare dell’interazione tra caratteristiche individuali, esperienze personali e fattori legati all’ambiente di lavoro e alla cultura nella quale viviamo.

Perfezionismo, elevata autocritica, bisogno di approvazione o una tendenza a collegare il proprio valore personale alla performance possono contribuire, in alcune persone, a sviluppare un rapporto sempre più rigido con la produttività.

Anche il contesto può avere un ruolo importante.

Un ambiente professionale nel quale essere sempre reperibili, lavorare oltre l’orario o rinunciare sistematicamente al riposo viene premiato può favorire e rinforzare comportamenti di iperlavoro.

A questo si aggiunge un messaggio culturale molto diffuso: essere produttivi significa avere valore.

Quando questo principio viene interiorizzato in maniera rigida, fermarsi può iniziare a essere vissuto non come un bisogno fisiologico, ma come una colpa.

Perché alcune persone non riescono a smettere di lavorare?

La risposta non può essere ridotta a un singolo meccanismo neurobiologico.

In alcune persone il lavoro può diventare uno strumento attraverso il quale ottenere riconoscimento, sentirsi competenti o mantenere un’immagine positiva di sé.

Per altre può rappresentare un modo per evitare emozioni difficili, preoccupazioni o conflitti presenti in altre aree della propria vita.

In altri casi ancora entrano in gioco perfezionismo, bisogno di controllo o la convinzione di dover essere continuamente efficienti per meritare approvazione.

Per questo due persone che lavorano lo stesso numero di ore possono avere un rapporto completamente diverso con il proprio lavoro.

La domanda importante non è soltanto:

“Quanto lavoro?”

ma anche:

“Che cosa succede dentro di me quando provo a fermarmi?”

Workaholism: quali sono i sintomi?

Il workaholism può essere difficile da riconoscere proprio perché alcuni suoi segnali vengono socialmente apprezzati. Essere sempre disponibili, lavorare oltre l’orario, non concedersi pause o portarsi il lavoro a casa possono essere interpretati come dimostrazioni di serietà e dedizione.

Il problema emerge quando il lavoro smette di essere una scelta e diventa qualcosa da cui è difficile prendere le distanze.

Tra i segnali che possono indicare un rapporto problematico con il lavoro troviamo:

  • pensare continuamente al lavoro anche durante il tempo libero;
  • avere difficoltà a concedersi pause, ferie o giornate senza impegni;
  • provare senso di colpa quando non si sta facendo qualcosa di produttivo;
  • lavorare più di quanto sia realmente necessario;
  • trascurare sonno, alimentazione, attività fisica o salute;
  • ridurre progressivamente il tempo dedicato alle relazioni e agli interessi personali;
  • sentirsi inquieti, irritabili o “inutili” quando non si lavora;
  • utilizzare il lavoro per evitare problemi, emozioni spiacevoli o situazioni personali difficili.

Un elemento particolarmente significativo è quindi la difficoltà a staccare, non soltanto fisicamente ma anche mentalmente.

Il computer può essere spento, ma il lavoro continua nella testa.

Quali sono le conseguenze della dipendenza da lavoro?

Lavorare costantemente oltre i propri limiti può avere conseguenze sul benessere psicologico e fisico.

La persona può progressivamente ridurre il tempo destinato al recupero e arrivare a considerare il riposo quasi come una perdita di tempo. A lungo andare possono comparire stanchezza persistente, difficoltà nel sonno, irritabilità, stress e una crescente difficoltà a recuperare energie.

Anche la soddisfazione personale può risentirne.

Paradossalmente, infatti, dedicare sempre più tempo al lavoro non significa necessariamente sentirsi più soddisfatti. Se il proprio valore personale viene legato quasi esclusivamente alla produttività, ogni risultato rischia di diventare insufficiente: raggiunto un obiettivo, bisogna immediatamente inseguirne un altro.

Il tempo libero, anziché essere vissuto come uno spazio piacevole, può diventare fonte di inquietudine.

Workaholism e relazioni: quando il lavoro prende il posto degli affetti

Una delle conseguenze più importanti del workaholism riguarda le relazioni.

Partner, figli, amici e familiari possono iniziare a percepire la persona come fisicamente presente ma mentalmente assente.

Una cena viene interrotta per controllare un’e-mail.

Una conversazione viene rimandata perché c’è ancora qualcosa da terminare.

Il fine settimana diventa un’occasione per “portarsi avanti”.

Le vacanze vengono trascorse continuando a controllare messaggi e comunicazioni professionali.

Il problema non è il singolo episodio. È ciò che accade quando questa modalità diventa abituale e il lavoro finisce sistematicamente per avere la precedenza sulle altre dimensioni della vita.

Con il tempo possono comparire conflitti di coppia, distanza emotiva e progressivo impoverimento delle relazioni sociali.

La persona stessa può accorgersi di avere sempre meno spazi nei quali esiste semplicemente come individuo e non come lavoratore.

Workaholism o passione per il lavoro: qual è la differenza?

Amare il proprio lavoro non significa essere workaholic.

Una persona appassionata può lavorare molto perché ciò che fa le interessa, la coinvolge e le procura soddisfazione. Ma conserva generalmente la capacità di scegliere quando fermarsi e di investire energie anche in altre dimensioni della propria vita.

Nel workaholism, invece, prevale maggiormente il senso del dovere.

“Devo finire.”

“Non posso fermarmi.”

“Se non lavoro sto perdendo tempo.”

“Potrei fare ancora qualcosa.”

La differenza può essere sintetizzata in una domanda:

Sto lavorando perché voglio farlo o perché sento di non poter fare altrimenti?

La passione può arricchire la vita. La compulsione tende progressivamente a restringerla.

Workaholism e burnout sono la stessa cosa?

No. Workaholism e burnout non sono sinonimi.

Il workaholism riguarda principalmente un rapporto eccessivo e compulsivo con il lavoro, caratterizzato dalla difficoltà a distaccarsene.

Il burnout, invece, è un fenomeno legato allo stress cronico nel contesto lavorativo e può manifestarsi attraverso esaurimento, crescente distanza mentale o cinismo nei confronti del proprio lavoro e ridotta efficacia professionale.

Le due condizioni possono tuttavia intrecciarsi: continuare a lavorare senza concedersi un recupero adeguato può aumentare il carico di stress e contribuire al deterioramento del benessere lavorativo.

Per questo è importante non aspettare necessariamente di “crollare” prima di interrogarsi sul proprio rapporto con il lavoro.

Come uscire dal workaholism?

Il primo passo non consiste semplicemente nel dire a una persona: “Lavora di meno.”

Se il lavoro svolge una funzione psicologica importante, ridurre le ore senza comprendere ciò che sostiene il comportamento può risultare molto difficile.

Può essere utile iniziare osservando la propria quotidianità e chiedendosi quanto spazio rimanga realmente per il riposo, le relazioni, gli interessi personali e la cura di sé.

È altrettanto importante imparare a riconoscere i pensieri che accompagnano le pause:

“Sto perdendo tempo.”

“Dovrei essere produttivo.”

“Gli altri stanno facendo più di me.”

“Se mi fermo rimarrò indietro.”

Stabilire confini più chiari tra tempo professionale e tempo personale, recuperare attività che non abbiano uno scopo produttivo e imparare gradualmente a tollerare il disagio del “non fare” possono rappresentare passi importanti.

Ma quando la difficoltà a staccare è persistente, provoca sofferenza o sta compromettendo salute e relazioni, può essere utile comprenderne più profondamente le ragioni attraverso un percorso psicologico.

Quando chiedere aiuto?

Non è necessario aspettare che il lavoro abbia già compromesso completamente la propria vita.

Può essere utile chiedere aiuto quando ci si accorge di non riuscire più a fermarsi senza provare ansia, irritazione o senso di colpa, quando le persone vicine lamentano continuamente la nostra assenza oppure quando sonno, salute, relazioni e interessi personali vengono sistematicamente sacrificati alla produttività.

Anche una domanda apparentemente semplice può essere significativa:

“Se domani non potessi lavorare, chi sarei?”

Quando tutta l’identità personale finisce per coincidere con ciò che produciamo, recuperare uno spazio nel quale possiamo avere valore anche senza “fare” continuamente qualcosa diventa fondamentale.

Dottoressa Laura Muscarella: come posso aiutarti

Se senti di non riuscire mai veramente a staccare dal lavoro, se provi senso di colpa quando ti fermi o ti accorgi che la necessità di essere sempre produttivo sta sottraendo spazio alle relazioni, al riposo e al tuo benessere, può essere utile comprendere cosa sostiene questo bisogno.

Un percorso psicologico può aiutarti a riconoscere i meccanismi che mantengono il rapporto compulsivo con il lavoro, recuperare confini più sani tra vita professionale e personale e costruire un modo di vivere il lavoro che non richieda di sacrificare tutto il resto.

Il tuo valore non coincide con quanto produci. Imparare a fermarti non significa diventare meno ambizioso: significa tornare ad avere una vita anche fuori dal lavoro.

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