Articolo a cura della Dottoressa Marisa De Domenico – Psicologa esperta in orientamento scolastico e DSA
Il clown della classe è una figura che quasi tutti conosciamo. Interrompe l’insegnante, fa ridere i compagni, scherza nei momenti meno opportuni e sembra trasformare ogni lezione in un piccolo spettacolo.
È quello che comunemente viene definito il “clown della classe”.
Agli occhi degli adulti può apparire semplicemente come un alunno svogliato, provocatorio o alla continua ricerca di attenzione. Ma quando un ragazzo disturba continuamente in classe o sente il bisogno di far ridere gli altri in ogni situazione, può essere utile chiedersi che cosa stia comunicando attraverso quel comportamento.
Non sempre, infatti, dietro l’atteggiamento del “buffone” c’è soltanto voglia di divertirsi o di sfidare l’autorità. In alcuni casi l’ironia può diventare una vera e propria maschera: un modo per proteggersi dall’imbarazzo, dal giudizio degli altri o dalla paura di mostrare le proprie difficoltà.
Perché un ragazzo fa sempre il buffone in classe?
Un ragazzo può fare battute semplicemente perché è estroverso, ama scherzare o ha un temperamento vivace. Fare il “clown”, quindi, non deve essere automaticamente interpretato come il segnale di un problema psicologico.
La situazione merita però maggiore attenzione quando il bisogno di far ridere diventa costante e compare soprattutto nei momenti in cui il ragazzo potrebbe sentirsi esposto.
Pensiamo a uno studente che teme di essere interrogato, che non ha compreso un argomento oppure che sa di avere maggiori difficoltà rispetto ai compagni.
Una battuta fatta al momento giusto può cambiare immediatamente la situazione.
Invece di essere “quello che non conosce la risposta”, diventa “quello che fa ridere tutti”.
In questo modo il ragazzo può riuscire, almeno temporaneamente, a riprendere il controllo di una situazione che vive come minacciosa. L’ironia diventa uno scudo: se sono io a decidere perché gli altri devono ridere, mi espongo meno al rischio che ridano delle mie difficoltà.
Un ragazzo che disturba in classe può avere difficoltà scolastiche?
Non necessariamente. Tuttavia, in alcuni studenti il comportamento disturbante in classe può accompagnarsi a difficoltà scolastiche, problemi di attenzione o disturbi specifici dell’apprendimento.
Per un ragazzo con DSA, ad esempio, leggere davanti alla classe, scrivere alla lavagna o rispondere rapidamente a una domanda può diventare fonte di forte imbarazzo, soprattutto quando le difficoltà non sono ancora state riconosciute o quando teme il confronto con i compagni.
Qualcosa di simile può accadere in presenza di difficoltà attentive: il ragazzo può perdere parti della spiegazione, non sapere cosa sta succedendo quando viene chiamato dall’insegnante oppure intervenire impulsivamente.
Ciò che viene interpretato esclusivamente come “mancanza di voglia di studiare” può quindi avere una storia più complessa.
Per questo, davanti a un ragazzo che disturba in classe, è importante osservare non soltanto che cosa fa, ma soprattutto quando lo fa.
Le battute aumentano durante le interrogazioni? Quando deve leggere? Quando non conosce una risposta? Quando viene corretto? Durante le attività che richiedono maggiore concentrazione?
Il contesto nel quale compare il comportamento può fornire informazioni preziose per comprenderne il significato.
Fare sempre il buffone può nascondere una bassa autostima?
In alcuni casi sì.
Può sembrare paradossale, perché il ragazzo che riesce a catalizzare l’attenzione dell’intera classe appare spesso molto sicuro di sé.
Ma essere al centro dell’attenzione non significa necessariamente possedere una buona autostima.
Per alcuni ragazzi essere divertenti diventa il modo attraverso il quale sentirsi apprezzati. Se non riescono a ottenere riconoscimento attraverso i voti, lo studio o altri ambiti, possono scoprire di poterlo ottenere facendo ridere gli altri.
Le risate dei compagni diventano allora una forma immediata di approvazione.
Il rischio nasce quando il ragazzo comincia a costruire la propria identità intorno a questo ruolo: gli altri mi apprezzano perché sono quello divertente.
A quel punto smettere di fare il buffone può diventare sorprendentemente difficile.
Perché alcuni ragazzi cercano continuamente attenzione?
La continua ricerca di attenzione viene spesso interpretata come eccessiva sicurezza o desiderio di essere protagonisti. Non è sempre così.
In alcuni casi può convivere con insicurezza, paura del giudizio, bisogno di approvazione e senso di inadeguatezza.
Il ragazzo può avere bisogno di verificare continuamente di essere interessante, simpatico o accettato.
E la classe offre una gratificazione potentissima: basta una battuta riuscita per ottenere immediatamente le risate e l’attenzione di molte persone.
Gradualmente può formarsi un’identità molto rigida: io sono quello divertente.
Ed è proprio qui che la maschera rischia di diventare una gabbia.
Clown della classe: quando diventa difficile uscire dal personaggio
Quando un ruolo viene continuamente rinforzato dal gruppo, abbandonarlo può essere difficile.
I compagni aspettano la battuta. L’insegnante si aspetta l’interruzione. Il ragazzo stesso sente di dover mantenere il personaggio.
Mostrarsi serio, impaurito, in difficoltà o semplicemente silenzioso può diventare quasi più difficile che continuare a scherzare.
Si crea così un paradosso: il ragazzo può essere continuamente circondato da persone che ridono con lui e, nello stesso tempo, avere la sensazione che nessuno conosca veramente le sue fragilità.
La maschera che inizialmente lo proteggeva rischia così di impedirgli di mostrarsi per ciò che è.
ADHD e comportamento disturbante in classe: c’è una relazione?
Quando un bambino o un adolescente interrompe continuamente, parla senza aspettare il proprio turno, distrae i compagni, agisce impulsivamente o fatica a rimanere concentrato, può sorgere nei genitori o negli insegnanti il dubbio dell’ADHD.
È però importante evitare conclusioni affrettate: un ragazzo che fa il “clown della classe” non ha necessariamente l’ADHD. (DSA e ADHD : cosa sono?)
Comportamenti apparentemente simili possono avere origini differenti.
Per comprendere se siano presenti difficoltà riconducibili all’ADHD è necessario considerare la storia del ragazzo, la persistenza dei sintomi nel tempo, la loro presenza in contesti differenti e l’eventuale compromissione del funzionamento scolastico, familiare e sociale.
Ciò che accade in classe rappresenta quindi un’informazione importante, ma non è sufficiente, da solo, per formulare una diagnosi.
Punire il ragazzo che disturba in classe serve davvero?
Quando un alunno interrompe continuamente la lezione, è comprensibile che l’adulto senta innanzitutto la necessità di fermare il comportamento.
Regole e limiti sono necessari.
Ma se note, richiami e punizioni diventano l’unica risposta, si rischia di intervenire sul comportamento senza comprenderne la funzione.
In alcuni casi, inoltre, una successione continua di sanzioni può contribuire a consolidare l’identità del ragazzo come “quello problematico”, “quello che disturba” o “quello che tanto non studia”.
Se tutti si aspettano che si comporti in quel modo, il ragazzo può finire per identificarsi sempre di più con quel ruolo.
Comprendere le ragioni di un comportamento non significa giustificarlo. Significa avere maggiori possibilità di modificarlo.
Come comportarsi con un ragazzo che fa sempre il buffone a scuola?
Il primo passo è cercare di evitare le etichette.
“È un buffone”, “non ha voglia di fare niente”, “vuole soltanto attirare l’attenzione” sono definizioni che descrivono ciò che vediamo, ma non necessariamente spiegano ciò che sta accadendo.
È molto più utile chiedersi: che cosa succede immediatamente prima della battuta o del comportamento disturbante?
Se compare soprattutto davanti a una difficoltà, potrebbe essere opportuno approfondire il funzionamento scolastico.
Se emerge principalmente nelle situazioni sociali, può essere utile osservare il rapporto con i coetanei e il bisogno di approvazione.
Se impulsività, disattenzione e difficoltà di autoregolazione sono persistenti e presenti anche in altri contesti, può invece essere indicato un approfondimento specifico.
Parallelamente, scuola e famiglia possono aiutare il ragazzo a sperimentare modi diversi per ottenere riconoscimento.
Attività creative, teatro, sport, dibattiti, progetti di gruppo o incarichi nei quali possa sentirsi competente possono consentirgli di esprimere alcune delle sue caratteristiche senza avere continuamente bisogno di trasformare la classe in un palcoscenico.
Anche il gruppo dei pari svolge un ruolo importante. Le risate dei compagni possono infatti rinforzare involontariamente il comportamento.
L’obiettivo non è eliminare l’ironia o spegnere la spontaneità del ragazzo, ma permettergli di scoprire che può essere apprezzato anche quando non sta facendo ridere nessuno.
Quando è utile rivolgersi a uno psicologo?
Una consulenza psicologica può essere utile quando il comportamento disturbante a scuola è persistente, provoca continui richiami o sanzioni, compromette il rendimento oppure si accompagna a forte insicurezza, difficoltà relazionali, ansia, problemi attentivi o difficoltà di apprendimento.
Lo scopo non è attribuire immediatamente un’etichetta diagnostica.
Il primo obiettivo è comprendere perché quel determinato ragazzo si comporta in quel determinato modo.
Dietro comportamenti apparentemente molto simili possono esserci bisogni completamente differenti.
Ed è proprio questa distinzione che permette di individuare l’intervento più adeguato.
Dottoressa Laura Muscarella: come posso aiutarti
Se tuo figlio disturba continuamente in classe, fa sempre il buffone, riceve frequenti richiami dagli insegnanti oppure mostra difficoltà di attenzione, apprendimento, autostima o gestione delle emozioni, un primo colloquio psicologico può aiutare a comprendere meglio ciò che sta accadendo.
Durante la consulenza è possibile ricostruire la situazione scolastica e gli altri contesti di vita del bambino o del ragazzo, individuare le principali aree di difficoltà e valutare se sia opportuno procedere con un approfondimento psicologico o con una valutazione specifica.
A volte, dietro la battuta che fa ridere tutta la classe, c’è semplicemente un ragazzo vivace e spiritoso. Altre volte, quella stessa battuta può essere diventata una maschera.
Capire la differenza è il primo passo per aiutarlo nel modo giusto.
Se senti che dietro le continue battute, la ricerca di attenzione o i comportamenti disturbanti di tuo figlio possa esserci qualcosa che merita di essere compreso meglio, non fermarti al comportamento: proviamo a capire insieme cosa sta comunicando. Per contatti clicca qui https://www.psinfantile.com/contatti/ .
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