Si fa presto a dire “fortunato” quando si parla di un bambino che apprende con una velocità doppia
rispetto ai suoi coetanei. Nel senso comune, la plusdotazione cognitiva è spesso percepita come un
dono, una corsia preferenziale verso il successo accademico e professionale che non richiede sforzo.
Tuttavia, se osserviamo oltre la superficie di quei voti brillanti ci accorgiamo che la plusdotazione (giftedness)
non è un accumulo quantitativo di intelligenza, ma una differenza qualitativa nel percepire e processare
il mondo. È un modo di essere che, se non riconosciuto, rischia di trasformarsi in una forma di
isolamento profondo, rendendo questi studenti i “grandi dimenticati” del nostro sistema scolastico.
Plusdotazione e ipersensibilità
Il primo ostacolo che un ragazzo ad alto potenziale si trova ad affrontare è il fenomeno dello sviluppo
asincrono. Mentre il sistema educativo è costruito su una crescita rettilinea dove a un’età
cronologica corrisponde una determinata maturità emotiva e cognitiva, lo studente gifted vive in
una costante sfasatura. Può approfondire i buchi neri o discutere di etica esistenziale a dieci anni,
ma scoppiare in un pianto inconsolabile per un gioco perso o per un rumore troppo forte. Questa
divergenza genera un senso di alienazione: il ragazzo si sente un “alieno” tra i suoi pari, con i quali
non condivide gli interessi, e un “problema” per gli adulti, che non comprendono perché una mente
così brillante possa essere così fragile o irrequieta.
Plusdotazione e sovraeccitabilità
C’è poi il tema, troppo spesso ignorato, della sovraeccitabilità.La mente di questi studenti non riposa mai;
è una macchina che produce connessioni costanti. Questa iper-reattività non è solo intellettuale,
ma anche sensoriale ed emotiva. Un rimprovero banale può essere vissuto come un trauma;
un’ingiustizia letta sui libri di storia può causare un’angoscia.
Il mondo, per un ragazzo ad alto potenziale, è “troppo”: troppo rumoroso,troppo ingiusto, troppo lento.
Senza strumenti per gestire questa intensità, molti finiscono per fare il cosiddetto masking: indossano una
maschera di mediocrità per confondersi con la massa,
spegnendo la propria luce per evitare il peso dell’essere diversi. È un sacrificio silenzioso che porta,
a lungo andare, a una perdita di identità e a un senso di vuoto esistenziale. Il paradosso più amaro si
consuma però tra i banchi di scuola. Le istituzioni tendono a concentrare le risorse su chi ha
difficoltà di apprendimento, dando per scontato che chi è “più avanti” possa farcela da solo. Ma la
mente di un gifted non è un contenitore che si riempie più velocemente; è un sistema che richiede
stimoli di natura diversa.
Plusdotazione e noia
La noia scolastica non è un capriccio, è un dolore fisico. Quando un bambino è costretto a ripetere concetti che ha già interiorizzato per mesi, la sua motivazione si
indebolisce. È qui che nasce il fenomeno dell’ underachievement (sottorendimento): lo studente
smette di studiare, diventa disturbante o si chiude in un mondo fantastico, venendo spesso
scambiato per svogliato o addirittura poco intelligente. Il sistema, focalizzato sulla
standardizzazione, non vede la sofferenza dietro quel disinteresse e perde l’occasione di coltivare un
talento che potrebbe dare molto alla collettività. Inoltre, il mito del “genio che non ha bisogno di
studiare” crea una trappola psicologica pericolosa: il perfezionismo paralizzante. Poiché tutto è
sempre stato facile, questi ragazzi non imparano il valore dello sforzo e della resilienza. Al primo
ostacolo reale, crollano. Identificano il proprio valore esclusivamente con il risultato e con l’idea di
essere “speciali”; quando falliscono, la loro autostima va in frantumi perché non sanno come gestire
l’errore, visto come una crepa inaccettabile nella propria immagine.
CONCLUSIONI
La sfida della plusdotazione cognitiva non è una questione di superiorità, ma di inclusione.
Riconoscere un alunno ad alto potenziale significa guardare oltre la sua performance e accogliere la
sua complessità emotiva. Un sistema scolastico che si dice equo non può permettersi di lasciare
indietro chi corre più veloce, obbligandolo a moderare fino a fermarsi. Abbiamo bisogno di una
scuola che non si limiti a istruire, ma che sappia validare l’intensità di questi ragazzi, trasformando
il loro potenziale da un peso solitario a una risorsa condivisa. Solo allora potremo dire che nessuno è stato dimenticato.
Alla luce di quanto analizzato, appare chiaro che la plusdotazione cognitiva non è un traguardo
raggiunto, ma una condizione di partenza che necessita di cure specifiche. Se continuiamo a
guardare a questi studenti solo attraverso la lente del “risultato”, continueremo a ignorare l’essere
umano che sta dietro la prestazione. Il rischio sociale è altissimo: lasciare che menti brillanti e cuori
ipersensibili appassiscano nell’incomprensione significa privare il futuro di visioni originali, di
capacità empatiche fuori dal comune e di soluzioni innovative ai problemi complessi del nostro
tempo. La vera rivoluzione necessaria è culturale, prima ancora che legislativa o didattica.
Dobbiamo demolire il pregiudizio secondo cui “chi è intelligente se la cava sempre”. Al contrario,
proprio chi possiede una struttura cognitiva complessa è più vulnerabile all’ansia e al
disadattamento.
Una società che si mostra inclusiva deve avere il coraggio di tollerare che l’equità
non consiste nel dare a tutti la stessa cosa, ma nel dare a ciascuno ciò di cui ha bisogno per fiorire.
Insegnanti, genitori e istituzioni sono chiamati a un atto di umiltà: accettare che esistano percorsi di
crescita non lineari e che il successo di un individuo non si misuri solo dai traguardi accademici, ma
dal raggiungimento di un equilibrio interiore. Per lo studente ad alto potenziale, la vittoria più
grande non è risolvere un problema matematico impossibile, ma riuscire a guardarsi allo specchio e
sentirsi “al posto giusto” nel mondo, nonostante la propria diversità. Non sono solo “studenti
eccellenti”; sono esploratori di territori cognitivi ed emotivi poco battuti. Se sapremo ascoltarli, se
sapremo offrire loro una scuola che sia palestra di pensiero e una famiglia che sia porto sicuro, non
avremo solo dei cittadini più realizzati, ma una società più ricca di sfumature, capace di guardare
oltre l’orizzonte del già noto. Il compito di non dimenticarli non è un obbligo, ma un investimento
sulla bellezza e sulla complessità del futuro che ci attende.
Autrice : Marisa De Domenico – Psicologa esperta in orientamento scolastico e DSA
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