Il sogno tra neuroscienze e psicologia: cosa accade alla mente durante il sonno

Il sogno è un’esperienza universale e, allo stesso tempo, profondamente personale. Da sempre
affascina filosofi, clinici e ricercatori, ponendosi come uno spazio di confine tra cervello, emozioni
e significato. Oggi è risaputo che il sogno non è un semplice “rumore di fondo” della mente che
dorme, ma un processo complesso, legato alla memoria, alla regolazione emotiva e all’equilibrio
psicologico.
Questo articolo propone una sintesi della ricerca scientifica sul sogno, integrando contributi delle
neuroscienze, della psicologia cognitiva e della clinica, con l’obiettivo di restituire al sogno il suo
valore come esperienza mentale significativa e utile alla comprensione del funzionamento umano.
Perché sogniamo? Una domanda antica, ma ancora attuale.

Tutti sognano. Eppure, nonostante questa esperienza accompagni ogni essere umano per tutta la
vita, il sogno continua a sollevare interrogativi profondi. Perché sogniamo? A cosa serve? Ha
davvero un significato o è solo il prodotto casuale di un cervello che dorme?

Nel corso della storia, il sogno è stato interpretato in molti modi: messaggio divino, premonizione,
simbolo dell’inconscio, fino a essere considerato, per un certo periodo, un semplice sottoprodotto
dell’attività cerebrale notturna. Oggi, grazie al dialogo tra neuroscienze e psicologia, è possibile
adottare una visione più articolata: il sogno non è né puro simbolo né mero rumore neuronale, ma
un’esperienza mentale complessa, che riflette il modo di pensare, sentire e relazionarsi al mondo.

Cosa succede nel cervello durante il sogno
Dal punto di vista neurofisiologico, il sogno è strettamente legato al sonno, in particolare alla fase
REM (Rapid Eye Movement). Durante questa fase il cervello è sorprendentemente attivo: alcune
aree mostrano livelli di attivazione simili a quelli della veglia, mentre il corpo resta quasi
completamente immobile (Hobson, Pace-Schott & Stickgold, 2000).
Le neuroscienze hanno mostrato che, durante il sogno, si attivano soprattutto le strutture coinvolte
nelle emozioni e nella memoria, come l’amigdala e l’ippocampo, mentre risultano meno attive le
aree prefrontali deputate al controllo logico e alla pianificazione (Maquet et al., 1996). Questo
spiega perché i sogni siano spesso intensi sul piano emotivo, strani dal punto di vista narrativo e
privi di senso critico.
Un aspetto interessante emerso negli ultimi anni è che non si sogna solo in fase REM. Anche
durante il sonno NREM possono comparire esperienze oniriche, generalmente meno vivide ma
comunque significative (Siclari et al., 2017). Il sogno, quindi, non è un evento isolato, ma parte di
un’attività mentale continua che accompagna l’intero ciclo del sonno.

Il sogno come linguaggio dell’inconscio
Con Sigmund Freud, il sogno entra ufficialmente nel cuore della psicologia. Nella sua celebre
opera, L’Interpretazione dei sogni (1900), Freud descrive il sogno come una via privilegiata per
accedere ai contenuti inconsci, in particolare ai desideri rimossi. Il sogno, secondo questa visione,
non parla in modo diretto, ma utilizza simboli e trasformazioni per rendere accettabile ciò che, nella
veglia, sarebbe troppo perturbante.
Carl Gustav Jung amplia questa prospettiva, attribuendo al sogno una funzione più ampia: non solo
espressione di conflitti, ma anche strumento di compensazione e orientamento della personalità. Per
Jung, i sogni aiutano la psiche a ritrovare equilibrio, attingendo anche a simboli universali, gli
archetipi (Jung, 1964).
Sebbene oggi queste teorie non siano verificabili secondo criteri sperimentali rigorosi, continuano a
offrire una cornice di senso molto utilizzata in ambito clinico.

Il sogno come continuità della vita mentale
Le teorie cognitive propongono una visione meno simbolica e più funzionale del sogno. Secondo
questa prospettiva, i sogni riflettono preoccupazioni, temi emotivi rilevanti e modelli mentali che
vengono utilizzati anche nella veglia (Domhoff, 2011). In altre parole, i sogni tendono a
rappresentare ciò che, sul piano emotivo e cognitivo, risulta più significativo.
Il modello neurocognitivo di Hobson (2009) integra dati neuroscientifici e psicologici, suggerendo
che il sogno nasca dall’attivazione spontanea del cervello durante il sonno, combinata con la
naturale tendenza della mente a costruire storie. Il risultato è una narrazione soggettiva, spesso
bizzarra, ma coerente con il mondo interno degli individui.


A cosa serve il sogno: memoria ed emozioni
Uno degli ambiti di ricerca più solidi riguarda il ruolo del sogno e del sonno nei processi di
memoria. Durante il sonno, le informazioni apprese vengono riorganizzate, rafforzate e integrate
con le conoscenze già presenti (Stickgold & Walker, 2013). Il sogno sembra essere parte di questo
processo di “riordino” mentale.
Un’altra funzione centrale riguarda la regolazione emotiva. Diversi studi suggeriscono che il sogno,
soprattutto in fase REM, permetta di rielaborare esperienze emotivamente intense, riducendone
l’impatto affettivo nel tempo (Walker & van der Helm, 2009). Non è un caso che periodi di stress o
eventi traumatici si riflettano spesso in sogni più intensi o disturbanti.
Da una prospettiva evolutiva, è stata proposta anche l’idea che il sogno funzioni come una sorta di
simulatore: uno spazio protetto in cui la mente può “provare” risposte a situazioni di pericolo o
conflitto (Revonsuo, 2000).

Il sogno nella pratica clinica
In ambito clinico, il sogno continua a essere una risorsa preziosa. Al di là delle interpretazioni
simboliche, il sogno offre una rappresentazione viva del mondo interno del paziente: emozioni,
relazioni, paure, desideri e conflitti spesso emergono in forma più diretta rispetto al racconto della
veglia. Molti approcci contemporanei utilizzano il sogno come materiale esplorativo, lavorando insieme al
paziente sul significato personale dell’esperienza onirica, piuttosto che su letture preconfezionate
(Hill, 2004).
Nei disturbi legati al trauma, ad esempio, gli incubi ricorrenti rappresentano un segnale clinico
importante: indicano una difficoltà della mente nel rielaborare l’esperienza traumatica,
confermando il ruolo del sogno nei processi di memoria emotiva.

Conclusioni
Il sogno non è un residuo inutile della mente che dorme. È uno spazio in cui il cervello e la psiche
lavorano insieme per integrare esperienze, emozioni e significati. Le neuroscienze spiegano i
processi che rendono possibile il sogno; la psicologia ne approfondisce il significato per la vita
mentale.
In una società che tende a ridurre il tempo dedicato al sonno e all’ascolto interiore, il sogno
rappresenta una dimensione preziosa di equilibrio e trasformazione. Imparare ad ascoltarlo non
significa attribuirgli significati magici, ma riconoscere che, anche nel sonno, la mente continua a
prendersi cura di sé.

 

Autrice : Beatrice Leonello – Psicologa

Bibliografia – Domhoff, G. W. (2011). The neural substrate for dreaming: Is it a subsystem of the default
network? Consciousness and Cognition, 20(4), 1163–1174. – Freud, S. (1900). Die Traumdeutung. Leipzig: Franz Deuticke. – Hill, C. E. (2004). Dream work in therapy: Facilitating exploration, insight, and action.
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842. – Jung, C. G. (1964). Man and his symbols. New York: Doubleday. – Maquet, P., et al. (1996). Functional neuroanatomy of human REM sleep and dreaming.
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