Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, una donna su tre nel mondo ha subìto violenza fisica o sessuale da parte di un partner o ex partner (WHO, 2021).
Nonostante la diffusione del fenomeno, molti episodi rimangono sommersi, nascosti dietro paura,
vergogna e normalizzazione sociale.
La psicologia offre strumenti fondamentali per comprendere l’origine delle dinamiche violente, gli effetti sulla salute mentale e i percorsi terapeutici più efficaci per favorire la ricostruzione.
La natura sistemica della violenza
La violenza domestica non può essere interpretata come un semplice conflitto di coppia, ma come un fenomeno sistemico generato dall’interazione tra fattori culturali, economici e psicologici. Le norme di genere, le disuguaglianze di potere, la dipendenza economica e la scarsità di reti di supporto contribuiscono a creare relazioni caratterizzate da controllo e sopraffazione.
Walker (1979) ha descritto il ciclo della violenza come una sequenza ricorrente di tensione, aggressione e fase di “luna di miele”, in cui il partner violento si mostra pentito e affettuoso. Questa dinamica alimenta nella vittima l’illusione di un possibile cambiamento. Nel tempo, tuttavia, le fasi positive si riducono, mentre aumentano intensità e frequenza degli episodi violenti.
Attaccamento, dipendenza affettiva e legame traumatico
Una domanda ricorrente riguarda le ragioni per cui molte donne restino in relazioni violente. La teoria dell’attaccamento di Bowlby (1969) permette di comprendere come stili di attaccamento insicuro — soprattutto ansioso — possano favorire una forte dipendenza emotiva dal partner. I comportamenti ambivalenti dell’aggressore (affetto alternato a violenza) attivano un potente rinforzo intermittente (Ferster & Skinner, 1957), rendendo il legame ancora più difficile da interrompere.
Dutton e Painter (1993) descrivono questo fenomeno come legame traumatico: un’oscillazione continua tra paura e speranza che mantiene la vittima nella relazione.
L’autostima si erode progressivamente, portando la donna a interiorizzare la convinzione di non meritare di meglio.
La violenza, dunque, non è solo fisica: è psicologica e relazionale, e compromette profondamente l’identità.

Conseguenze psicologiche e neurobiologiche del trauma
La violenza domestica protratta costituisce un trauma complesso che può compromettere significativamente
la salute mentale.
Le donne che subiscono maltrattamenti mostrano un rischio elevato di sviluppare disturbo post-traumatico da stress, depressione, ansia, uso di sostanze, ipervigilanza e difficoltà nella regolazione emotiva (Golding, 1999; Lagdon et al., 2014).
Le neuroscienze hanno contribuito a comprendere le radici biologiche di tali manifestazioni. L’esposizione ripetuta alla violenza può alterare il funzionamento dell’amigdala — che diventa iper-reattiva a stimoli percepiti come minacciosi — e ridurre l’efficienza della corteccia prefrontale, che regola impulsi ed emozioni (Teicher & Samson, 2016).
Anche l’ippocampo può subire cambiamenti strutturali dovuti allo stress cronico, influenzando la capacità di integrare i ricordi traumatici in una narrazione coerente (Stojek et al., 2018).
Il trauma, in altre parole, modifica il modo in cui il cervello interpreta il mondo, consolidando circuiti di paura e allarme che possono persistere anche dopo la fine della relazione violenta.
Violenza psicologica, gaslighting e perdita di sé
Tra le forme più subdole di abuso rientra la violenza psicologica, spesso invisibile ma profondamente lesiva. Il gaslighting, come descritto da Sweet (2019), è un insieme di strategie manipolative volte a confondere la percezione della vittima, negare gli episodi violenti, ribaltare le responsabilità e farla apparire irrazionale. In questo modo, la donna arriva a dubitare del proprio giudizio, delle proprie emozioni e persino della propria memoria.
Herman (1992) definisce questo processo come una perdita di fiducia nelle proprie capacità e negli altri. L’isolamento sociale indotto dal partner — altra strategia tipica della violenza — rafforza questa condizione, rendendo sempre più difficile chiedere aiuto o immaginare di poter uscire dalla relazione.
Le barriere all’uscita dalla relazione violenta
Separarsi da un partner violento è un’operazione complessa e rischiosa. La paura di ritorsioni rappresenta uno dei principali ostacoli: molti femminicidi avvengono proprio durante o subito dopo il tentativo di separazione (Campbell et al., 2003). A ciò si aggiungono ostacoli pratici (dipendenza economica, presenza di figli, mancanza di una rete familiare) e psicologici (vergogna, senso di colpa, legame traumatico, bassa autostima).
Inoltre, la normalizzazione della violenza e la confusione alimentata dal gaslighting possono rendere difficile riconoscere la situazione come pericolosa. L’uscita, quindi, richiede un supporto integrato e professionale.
Il ruolo della psicoterapia e dei percorsi di ricostruzione
I percorsi terapeutici destinati alle donne sopravvissute alla violenza devono essere individualizzati, sensibili al trauma e orientati alla sicurezza.
Tra gli interventi più efficaci rientrano:
EMDR, utile per rielaborare i ricordi traumatici e ridurre la reattività emotiva (Shapiro, 2018);
Cognitive Processing Therapy e Trauma-Focused CBT, che aiutano a ristrutturare pensieri disfunzionali e migliorare la regolazione emotiva (Resick et al., 2016).
Accanto al lavoro clinico, la psicoeducazione è fondamentale per comprendere le dinamiche della violenza, riconoscere i segnali di pericolo e favorire la ricostruzione dell’autonomia. Il processo terapeutico spesso accompagna la donna nella ridefinizione della propria identità: rafforzando la consapevolezza dei propri bisogni, la fiducia personale e la capacità di stabilire confini nelle relazioni future.
È essenziale una collaborazione tra professionisti della salute mentale, servizi sociali e supporto legale, soprattutto nelle fasi di protezione e allontanamento dal partner.
Prevenzione e cultura del rispetto
La prevenzione della violenza sulle donne richiede un approccio multilivello. In ambito psicologico, un ruolo centrale è svolto dall’educazione emotiva e affettiva nelle scuole, dalla promozione di modelli di maschilità non violenta e dalla decostruzione degli stereotipi di genere. Interventi rivolti agli adolescenti possono prevenire la normalizzazione del controllo, della gelosia e delle dinamiche di potere, favorendo una cultura del consenso.
È altrettanto importante formare i professionisti (insegnanti, operatori sanitari, forze dell’ordine) affinché sappiano riconoscere precocemente i segnali di una relazione abusante e offrire un supporto adeguato. La prevenzione non riguarda solo la gestione dei casi già esistenti, ma la costruzione di un contesto culturale che renda intollerabile qualsiasi forma di violenza.
Conclusioni
La violenza sulle donne è un fenomeno complesso che coinvolge dimensioni individuali, relazionali, culturali e neurobiologiche. Comprenderne i meccanismi, riconoscere le conseguenze del trauma e offrire percorsi terapeutici mirati è essenziale per sostenere le donne nel loro processo di ricostruzione. La psicoterapia, il supporto sociale e un cambiamento culturale profondo rappresentano strumenti fondamentali per promuovere una società più giusta, più consapevole e capace di prevenire la violenza in tutte le sue forme.
Autrice : Beatrice Leonello – Psicologa
Bibliografia
– Bowlby, J. (1969). Attachment and Loss. Basic Books.
– Campbell, J. C., et al. (2003). Risk factors for femicide in abusive relationships. American Journal of Public Health, 93(7), 1089–1097.
– Dutton, D. G., & Painter, S. (1993). Emotional attachments in abusive relationships. Violence and Victims, 8(2), 105–120.
– Ferster, C. B., & Skinner, B. F. (1957). Schedules of Reinforcement. Appleton-Century-Crofts.
– Golding, J. (1999). Intimate partner violence as a risk factor for mental disorders. Journal of Family Violence, 14(2), 99–132.
– Herman, J. (1992). Trauma and Recovery. Basic Books.
– Lagdon, S., Armour, C., & Stringer, M. (2014). Adult experience of domestic violence. Clinical Psychology Review, 34, 42–57.
– Resick, P. A., et al. (2016). Cognitive Processing Therapy for PTSD. Guilford Press.
– Shapiro, F. (2018). EMDR Therapy. Guilford Press.
– Stojek, M., et al. (2018). Neurobiological correlates of IPV-related trauma. Neuroscience and Biobehavioral Reviews.
– Sweet, P. (2019). The sociology of gaslighting. American Sociological Review, 84(5), 851–875.
– Teicher, M. H., & Samson, J. A. (2016). Childhood maltreatment and brain development. Nature Neuroscience, 17, 652–661.
– Walker, L. (1979). The Battered Woman. Harper & Row.
– World Health Organization (2021). Violence Against Women: Prevalence Estimates 2018
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