“I maschi giocano con le pistole e le macchinine, le femmine con le bambole.”
“Non piangere, mica sei una femminuccia!”
“Quello è un gioco da maschi.”
“Una bambina non dovrebbe comportarsi così.”
Sono frasi che molti adulti hanno ascoltato durante la propria infanzia e che, ancora oggi, continuano a comparire nel linguaggio quotidiano.
Sembrano affermazioni innocue, magari pronunciate senza alcuna intenzione di discriminare. Eppure gli stereotipi di genere nei bambini possono contribuire, fin dai primi anni di vita, a costruire l’idea di ciò che un maschio o una femmina dovrebbero essere, provare, desiderare e perfino sognare di diventare.
Ed è proprio qui che nasce il problema.
Non nella bambola, nella macchinina, nel calcio o nel vestito rosa. Ma quando un bambino comprende che alcune possibilità gli sono concesse e altre no semplicemente perché è maschio o femmina.
Cosa sono gli stereotipi di genere nei bambini?
Gli stereotipi di genere sono convinzioni generalizzate secondo le quali determinate caratteristiche, capacità, emozioni, attività o ruoli sarebbero naturalmente propri dei maschi oppure delle femmine.
Il maschio dovrebbe essere forte, coraggioso, competitivo, indipendente.
La femmina dovrebbe essere dolce, sensibile, ordinata, accudente.
Naturalmente un bambino può essere competitivo e una bambina può essere dolce. Il problema nasce quando queste caratteristiche smettono di essere possibilità individuali e diventano aspettative.
Quando diciamo a una bambina che “le femmine non fanno certe cose” o a un bambino che “i maschi non piangono”, non stiamo semplicemente commentando un comportamento.
Gli stiamo indicando il confine entro il quale ci aspettiamo che costruisca la propria identità.
Come nascono gli stereotipi maschili e femminili?
I bambini imparano molto prima di essere in grado di spiegare ciò che stanno imparando.
Osservano.
Ascoltano.
Imitano.
Registrano le reazioni degli adulti.
La famiglia rappresenta uno dei primi luoghi nei quali il bambino incontra aspettative differenti legate al genere. Successivamente entrano in gioco la scuola, il gruppo dei pari, i cartoni animati, i libri, la pubblicità, i social e più in generale la cultura nella quale cresce.
In psicologia possiamo parlare anche di introietti genitoriali: messaggi, regole e convinzioni provenienti dalle figure significative che possono essere progressivamente interiorizzati fino a diventare parte del proprio modo di interpretare se stessi e il mondo.
Un bambino non ha bisogno che qualcuno gli dica esplicitamente: “Essere sensibile è sbagliato”.
Può impararlo ogni volta che viene deriso perché piange.
Allo stesso modo, una bambina non ha bisogno di sentirsi dire direttamente: “Sei meno capace di un maschio”.
Può iniziare a crederlo attraverso decine di piccoli messaggi quotidiani su ciò che sarebbe o non sarebbe “adatto a una femmina”.
Giochi da maschio e giochi da femmina: esistono davvero?
Macchinine, costruzioni, bambole, cucine giocattolo, palloni, dinosauri.
Perché alcuni dovrebbero appartenere ai maschi e altri alle femmine?
Il gioco non è soltanto divertimento. È uno degli strumenti attraverso i quali il bambino sperimenta ruoli, sviluppa capacità, elabora emozioni e comprende il mondo.
Una bambina che gioca con le costruzioni può esercitare abilità spaziali, progettazione e problem solving.
Un bambino che culla una bambola può sperimentare accudimento, empatia e cura.
Non c’è nulla da correggere in nessuno dei due.
Il problema nasce quando siamo noi adulti a restringere preventivamente il campo delle esperienze.
Dire a una bambina che il calcio è “da maschi” non significa semplicemente impedirle di praticare uno sport. Significa comunicarle che esistono territori nei quali, in quanto femmina, non dovrebbe entrare.
E dire a un bambino che giocare con una bambola è “da femmine” significa trasmettergli che la cura e l’accudimento appartengono principalmente all’universo femminile.
“I maschi non piangono”: cosa insegniamo davvero ai bambini?
Questo è probabilmente uno degli stereotipi più dannosi sul piano emotivo.
Quando un bambino piange e gli diciamo:
“Non fare la femminuccia.”
il messaggio implicito non riguarda soltanto il pianto.
Gli stiamo comunicando almeno due cose: che mostrare vulnerabilità è incompatibile con l’essere maschio e che essere associato al femminile rappresenta qualcosa di cui vergognarsi.
Il bambino può così imparare progressivamente a nascondere tristezza, paura, bisogno di conforto e vulnerabilità.
Ma le emozioni che non vengono espresse non cessano di esistere.
Educare un bambino alla forza non dovrebbe significare insegnargli a non sentire. Dovrebbe significare aiutarlo a riconoscere ciò che prova e a gestirlo.
Un uomo capace di piangere non è meno forte.
È un uomo al quale, da bambino, è stato permesso di essere una persona intera.
Educazione sessista: quali conseguenze può avere sulle bambine?
Gli stereotipi possono agire anche attraverso messaggi apparentemente positivi.
“Come sei bella.”
“Che brava bambina, sempre composta.”
“Sei proprio una piccola principessa.”
Non c’è nulla di sbagliato nel dire a una bambina che è bella.
Il problema nasce se la bellezza, la gradevolezza, la compostezza e il piacere agli altri diventano le caratteristiche attraverso le quali riceve prevalentemente approvazione.
Se contemporaneamente incoraggiamo maggiormente il fratello a esplorare, rischiare, costruire, competere e diventare autonomo, stiamo offrendo ai due bambini possibilità differenti.
Una bambina dovrebbe poter essere dolce.
Ma anche rumorosa, avventurosa, competitiva, coraggiosa, arrabbiata, curiosa e ambiziosa.
Dovrebbe soprattutto poter scoprire chi è prima che qualcuno decida chi dovrebbe essere.
Gli stereotipi di genere fanno male anche ai maschi
Quando si parla di educazione sessista, si pensa frequentemente alle limitazioni imposte alle bambine.
Ma gli stereotipi possono imprigionare anche i bambini.
Al maschio viene spesso richiesto di essere forte, autonomo, competitivo e poco vulnerabile.
Questo può rendere più difficile chiedere aiuto, parlare delle proprie paure o manifestare apertamente il bisogno di affetto.
Anche l’idea che la cura dei bambini e della casa appartenga principalmente alle donne viene appresa molto presto.
Se un bambino vede quotidianamente uomini e donne condividere realmente il lavoro domestico, la cura, le decisioni e le responsabilità familiari, apprende un modello completamente diverso rispetto a quello trasmesso da qualsiasi discorso teorico sulla parità.
L’esempio degli adulti rimane una delle forme educative più potenti.
“È un maschio mancato”: quando uno stereotipo diventa un’etichetta
Anni fa mi capitò di osservare una bambina di circa sedici mesi, particolarmente vivace, curiosa e intraprendente.
La nonna, guardandola, commentò:
“Questa è un maschio mancato!”
Una frase apparentemente banale che contiene però un intero sistema di aspettative.
Perché vivacità, iniziativa e intraprendenza dovrebbero rendere una bambina simile a un maschio?
La bambina non era un “maschio mancato”.
Era semplicemente una bambina vivace.
Le etichette diventano problematiche proprio quando trasformano caratteristiche individuali in caratteristiche di genere.
I bambini imparano il sessismo dagli adulti?
Molto più di quanto immaginiamo.
Quando avevo da poco terminato l’Università lavorai per un periodo come baby-sitter.
Un bambino di dieci anni, mentre guidavo, un giorno mi disse:
“Tu sei una delle pochissime donne che sa guidare.”
In altre occasioni, quando era arrabbiato perché lo rimproveravo, arrivava a dirmi:
“Voi donne non servite a nulla!”
Aveva dieci anni.
Naturalmente non aveva elaborato autonomamente una teoria sul ruolo sociale delle donne.
Aveva assorbito messaggi, battute, convinzioni e modelli presenti nell’ambiente intorno a lui.
Ed è proprio questo che rende gli stereotipi così potenti: possono essere trasmessi senza che nessuno abbia esplicitamente deciso di insegnarli.
Come educare bambini e bambine senza stereotipi di genere?
Non significa crescere bambini fingendo che le differenze non esistano.
Significa evitare che quelle differenze diventino gabbie.
Possiamo cominciare dalle cose più semplici.
Lasciare che una bambina scelga il calcio se ama il calcio.
Lasciare che un bambino giochi con una bambola se desidera farlo.
Permettere a entrambi di correre, costruire, cucinare, prendersi cura di qualcuno, arrampicarsi, disegnare, sporcarsi, piangere e sperimentare.
Possiamo anche prestare attenzione al nostro linguaggio.
Chiediamoci quante volte diciamo “principessa” a una bambina e “campione” a un bambino.
Quante volte commentiamo l’aspetto fisico delle bambine e le capacità dei bambini.
Quante volte diciamo a un maschio di non piangere e a una femmina di non arrabbiarsi.
Sono piccoli automatismi.
Ma proprio perché sono quotidiani possono diventare potenti strumenti educativi.
Educazione alla parità: il cambiamento comincia dalla famiglia
Non servono grandi dichiarazioni.
La parità si insegna soprattutto attraverso ciò che un bambino vede ogni giorno.
Un padre che cucina, pulisce o si prende cura dei figli non sta semplicemente “aiutando” la propria compagna: sta mostrando ai propri figli che la cura appartiene agli esseri umani, non alle donne.
Una madre che lavora, prende decisioni, guida, aggiusta qualcosa o pratica uno sport non sta dimostrando di saper fare “cose da uomini”. Sta semplicemente vivendo la propria vita.
E così dovrebbe essere per i bambini.
Una bambina deve poter correre, arrampicarsi su un albero, giocare con una macchinina, interessarsi alla matematica o sognare di diventare meccanica.
Un bambino deve poter cullare una bambola, giocare a cucinare, essere affettuoso, avere paura e piangere.
Non sappiamo quali adulti diventeranno.
Ed è proprio per questo che dovremmo evitare di deciderlo al posto loro.
Educare alla parità significa offrire possibilità.
Abbiamo bisogno di bambine e bambini che possano diventare donne e uomini liberi, rispettosi, responsabili e capaci di riconoscere le proprie emozioni.
Non semplicemente di “maschi” e “femmine” addestrati a interpretare un ruolo.
Dottoressa Laura Muscarella: come posso aiutarti
Se ti accorgi che stereotipi, aspettative legate al genere o modelli educativi stanno influenzando il modo in cui tuo figlio o tua figlia vive le proprie emozioni, le proprie capacità o le relazioni con gli altri, può essere utile fermarsi a comprendere meglio ciò che sta accadendo.
Educare senza stereotipi non significa imporre un nuovo modello: significa permettere a ogni bambino e a ogni bambina di scoprire liberamente chi può diventare.
Per informazioni o per richiedere una consulenza psicologica puoi contattarmi attraverso Psinfantile.
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