Quando la realtà si deforma: riconoscere e gestire la Sindrome di Alice nel Paese delle Meraviglie a scuola

La Sindrome di Alice nel Paese delle Meraviglie (AIWS) è una condizione neurologica e percettiva affascinante quanto destabilizzante, che prende il nome dal celebre romanzo di Lewis Carroll proprio perché ricorda le strane alterazioni di dimensioni e prospettive vissute da Alice nella storia.

Chi ne soffre sperimenta episodi transitori in cui la percezione dello spazio, del tempo e del proprio corpo cambia in modo drastico: oggetti che appaiono improvvisamente più grandi o più piccoli del normale (macropsia o micropsia), distanze che sembrano alterate, parti del corpo che paiono ingrandirsi o rimpicciolirsi, oppure il tempo che scorre insolitamente lento o veloce.

Queste alterazioni non sono allucinazioni in senso stretto il cervello non “inventa” cose inesistenti ma piuttosto una distorsione nella modalità in cui elabora le informazioni visive e sensoriali.

La persona sa che ciò che percepisce è “strano”, ma durante l’episodio non può correggerlo.

In ambito scolastico, la sindrome può avere effetti particolarmente destabilizzanti: uno studente può guardare
il quaderno e vedere le righe ondeggiare, le lettere cambiare dimensione, oppure avere la sensazione
che la lavagna si trovi a chilometri di distanza. A ciò si possono aggiungere disorientamento, ansia o
calo momentaneo dell’attenzione.

Sindrome di Alice nel Paese delle Meraviglie : cause e sintomi

Le cause non sono ancora del tutto chiare, ma la AIWS è spesso associata a: emicranie, soprattutto in età adolescenziale;

infezioni virali (come la mononucleosi); disturbi epilettici del lobo temporale; episodi transitori legati a forte stress o stanchezza.

Gli episodi, sebbene inquietanti, di solito sono temporanei e tendono a scomparire con la gestione della causa
sottostante. Il problema è che spesso viene scambiata per un “capriccio”, un sintomo di ansia
generica, o addirittura per un disturbo psicologico inventato dallo studente, il che può peggiorare il
senso di isolamento di chi ne soffre.

Gli insegnanti possono interpretare l’episodio come mancanza di concentrazione; i compagni potrebbero prenderlo in giro

se racconta cosa ha visto; i genitori possono ricevere segnalazioni di “scarso impegno” senza che nessuno sospetti una condizione
neurologica temporanea.

Sindrome di Alice nel Paese delle Meraviglie : cosa fare e cosa non fare a scuola
In un contesto scolastico, la gestione della Sindrome di Alice nel Paese delle Meraviglie richiede un
approccio attento, empatico e organizzato. L’insegnante, che spesso è la prima figura adulta a
osservare l’alunno per diverse ore al giorno, può fare molto per ridurre l’impatto degli episodi e per
evitare che vengano scambiati per semplice disattenzione o bizzarria. Quando un episodio si
manifesta in classe, la cosa più importante è mantenere la calma e non creare allarme. Se un ragazzo
smette di scrivere, guarda il banco in modo strano o riferisce che “le lettere si muovono” o “la
lavagna si allontana”, un intervento delicato è fondamentale.

Non serve bombardarlo di domande: in quel momento il cervello è impegnato a rielaborare ciò che percepisce e una pressione eccessiva
può aumentare ansia e confusione. Basta chiedere con voce tranquilla se vuole spostarsi in un luogo più silenzioso, magari accompagnato da un compagno di fiducia. Dopo l’episodio, è utile fare una breve chiacchierata per capire cosa ha provato, annotando le informazioni principali: ora, attività in corso, durata, eventuali sintomi fisici come mal di testa o nausea. Questi dettagli, se condivisi con la
famiglia, possono essere preziosi per il medico che segue lo studente.

È altrettanto importante permettere un rientro graduale nella lezione: pretendere di recuperare subito il ritmo può essere
controproducente. Sul piano della prevenzione, creare un clima di fiducia è essenziale.

Se lo studente sa che può dire “non mi sento bene” senza essere preso in giro o sminuito, riferirà più
facilmente gli episodi. Concordare un segnale discreto per comunicare l’inizio di un episodio ad
esempio alzare la mano o spostarsi direttamente verso la porta aiuta a gestire la situazione senza
interrompere eccessivamente la classe. Anche l’assegnazione di un banco vicino all’uscita può
essere utile, così come evitare di posizionarlo sotto luci intense o in zone molto rumorose. Infine, il
ruolo dell’insegnante non si limita alla gestione pratica: c’è anche una componente emotiva. Sapere
che quello che succede è reale, temporaneo e non è “colpa” dello studente riduce notevolmente
l’ansia. Evitare commenti ironici o etichette come “svogliato” o “distratto” è fondamentale per
proteggere la sua autostima. In alcuni casi può essere utile individuare un compagno “tutor” che lo
accompagni se ha bisogno di uscire o andare in infermeria. In questo modo, la scuola diventa non
solo un luogo di apprendimento, ma anche uno spazio sicuro dove lo studente può vivere questa
condizione senza sentirsi isolato o frainteso.

Conclusioni
La scuola, in quanto ambiente in cui il ragazzo trascorre molte ore e svolge attività complesse,
diventa un luogo privilegiato per intercettare i primi segnali. Non spetta agli insegnanti fare
diagnosi, ma il loro ruolo di osservatori quotidiani permette di cogliere pattern e riferirli alla
famiglia e ai medici. Per questo è fondamentale: diffondere consapevolezza tra docenti, genitori e
compagni, spiegando che si tratta di una condizione reale e non immaginaria; ceare un clima di
fiducia dove lo studente possa comunicare senza paura di essere giudicato, stabilire protocolli chiari
di gestione degli episodi, così che ogni insegnante sappia come intervenire senza improvvisare;
integrare il supporto emotivo nella gestione didattica, perché la percezione di sicurezza è parte
integrante del benessere dell’alunno.
In conclusione, la AIWS in ambito scolastico ci ricorda quanto la percezione della realtà possa
essere fragile e soggettiva, e quanto sia importante, per chi educa, guardare oltre il comportamento
apparente per comprendere le reali necessità di uno studente. La scuola che riconosce e supporta
anche condizioni rare come questa, diventa un luogo in cui l’inclusione non è solo una parola, ma
una pratica quotidiana che unisce scienza, empatia e responsabilità.

Autrice : Marisa De Domenico – Psicologa esperta in orientamento scolastico e DSA