COME SCEGLIERE LA DISCIPLINA SPORTIVA PIU’ ADATTA PER OGNI BAMBINO

Con l’inizio della scuola, la maggior parte dei genitori si trova ad affrontare anche l’inizio di una attività sportiva per i figli, sia essa da proseguire oppure da iniziare per i più piccoli.

La prima regola da rispettare è quella dell’ascolto e della condivisone con il bambino. Infatti, è di primaria importanza incoraggiare il figlio ad esprimere il suo pensiero, ascoltare i suoi interessi e cercare di assecondarli il più possibile se lo si percepisce particolarmente attirato da una determinata disciplina sportiva.

La seconda regola riguarda la considerazione del tipo di carattere del piccolo: se è introverso, è bene inserirlo in uno sport di squadra; se è molto vivace e poco rispettoso delle regole, è bene inserirlo in uno sport in cui le regole da seguire siano alla base della stessa attività.

La terza regola è il rispetto della sintonia tra il fisico del bambino e l’attività che gli si vuole far praticare: per esempio, il nuoto è indicato per tutti ma va tenuto presente che il periodo invernale di per sé procura mal di gola e raffreddori e il nuoto non sarebbe proprio indicato per coloro che evidenziano frequenti disturbi dell’apparato respiratorio. E’ sempre necessaria una buona visita ortopedica oltre che pediatrica. Infatti la colonna vertebrale, le spalle e le articolazioni in genere saranno sottoposte a particolari pressioni con lo sport scelto, che ne può aumentare l’efficienza o, al contrario laddove vi siano delle fragilità scheletriche, peggiorarne la funzionalità.

Fonte: http://www.spaziosolosalute.it/corso-taekwondo-per-bambini-milano.html

Fonte: http://www.spaziosolosalute.it/corso-taekwondo-per-bambini-milano.html

Vi sono poi i casi in cui il bambino ha particolari difficoltà ed esigenze. Senza entrare nel merito delle complesse eziopatogenesi (naturalmente con approcci multifattoriali e multidisciplinari!) dei disturbi neuropsicologici, è ormai acclarato che lo sport dà un notevole contributo per superare e migliorare una serie di problematiche dell’età evolutiva e adolescenziale, prevalentemente di tipo socio-cognitivo quali l’ADHD (Attention Deficit Hyperactivity Disorder: disturbo da deficit di attenzione e iperattività), o anche fobia sociale (e/o scolastica), disturbi dello spettro ansioso-depressivi, aggressività e comportamenti di antisocialità. L’ADHD, problema che colpisce circa il 40% dei piccoli, con prevalenza del sesso maschile, non è un disturbo marginale e breve, poiché persiste in circa due terzi dei casi fino all’adolescenza e in circa un terzo fino all’età adulta.. Questa patologia si associa, infatti, a disturbi dell’adattamento sociale, a un basso livello di scolarizzazione e occupazione, fino ad essere considerato uno dei più importanti segnali, in età infantile, di cattivo adattamento psicosociale nell’età adulta. Questi bambini pertanto, non riescono a controllare le loro risposte all’ambiente: sono disattenti, iperattivi e impulsivi. Tale comportamento compromette notevolmente la loro vita sociale e scolastica e costituisce il più comune problema comportamentale infantile. Nessuna responsabilità è ascrivibile ai bambini perché, probabilmente, sono affetti da un disturbo organico–neuropsicologico, né tanto meno hanno colpa i genitori che spesso vengono additati come incapaci a svolgere bene il loro ruolo educativo.

L’ADHD è troppo spesso misconosciuta, difficilmente diagnosticata, spesso minimizzata o banalizzata e quindi non adeguatamente supportata da interventi terapeutici. In realtà, è un disturbo che impedisce a chi ne è affetto di selezionare gli stimoli, di pianificare le azioni e controllare gli impulsi. Il funzionamento delle persone con una diagnosi di ADHD è problematico a causa della presenza di alcune funzioni cognitive disturbate (Conners, 2000). Tuttavia, ci si può chiedere se tale funzionamento così peculiare e poco comune non possa essere utilizzato al fine della auto-realizzazione nel campo dello sport. Negli ambulatori dei medici e degli psicologi arrivano molti genitori preoccupati da una possibile diagnosi di ADHD per i loro figli. Recenti studi hanno evidenziato che fra gli sport più adatti ai bambini e ragazzi affetti da questi disturbi vi è il Karate.

La divulgazione delle arti marziali è spesso ostacolata dal timore che possano indurre comportamenti aggressivi e pericolosi, quindi non idonei per i bambini, specie per quelli un po’ “vivaci”. Al contrario, maestri e praticanti di tali discipline mostrano di aver saputo trovare un buon equilibrio psico-fisico.

Attraverso lo sport di combattimento, in generale, il bambino si integra meglio con l’ambiente circostante, migliorando anche il rendimento scolastico, i rapporti sociali e quelli con la natura, nonché la comunicatività coi genitori; stimolando di conseguenza anche l’appetito e la gestione dell’aggressività.

La funzione educativa e terapeutica dello sport è ampiamente sottolineata nel karate che, oltre ad essere una disciplina sportiva affascinante, racchiude in sé una serie di elementi che sono fondamentali per lo sviluppo armonico delle competenze socio-cognitive, quali l’equilibrio posturale e mentale, la capacità di inibire e modificare i comportamenti, il miglioramento delle capacità attentive, la tolleranza e il rispetto degli altri, sia in termini personali ma anche spaziali. L’ambiente è semplice e relativamente privo di distrazione. L’abbigliamento è uguale per tutti, fatta eccezione per il colore della cintura che rappresenta la diversa competenza o il grado di preparazione; ciò mette in evidenza che il confronto è sulla base dei valori di rispetto, competenza, capacità e impegno, e non su simboli di dubbio valore (quali marche costose o alla moda). Questa disciplina non vuole sostituirsi agli interventi tradizionali di tipo medico o psicopedagogico ma affiancarle, in quanto possiede un’arma in più: la motivazione.

Il karate, a differenza della maggior parte degli sport di combattimento, ha per regolamento la regola di non affondare il colpo sul corpo dell’avversario, cioè di non colpire il proprio, simulando con quanta più forza la tecnica di combattimento. Quindi si pone l’accento sull’autocontrollo. Si comprende bene la grande difficoltà tecnica che l’atleta trova in questo sport, nel quale–per l’appunto–non può affatto toccare il proprio avversario. È proprio in questo che si colloca il nesso. Il bambino che sarà introdotto alla pratica del karate è portato prima di tutto al rispetto dell’avversario, alla coscienza della propria potenza e velocità, alla coerenza con i principi della disciplina. Dovrà imparare a proporzionare e misurare i colpi così bene da sfiorare l’obiettivo senza colpirlo (stimolando il cosiddetto “schema corporeo dinamico” e l’autocontrollo.

Essendo il disturbo, da ADHD tra i più diffusi, è stato condotto uno studio per verificare l’associazione tra iperattività e attività sportiva. Sono stati confrontati i dati ottenuti dai questionari per valutare i miglioramenti scolastici e comportamentali. Gli sport presi in esame sono stati, oltre al Karate, il Basket, il Calcio. Il karate ha ottenuto il punteggio più alto.

Fonti:  Association for Psichological Sciences, April, 2017.

Autrice: Dott.ssa Margherita Marra, Psicoterapeuta

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